Un film per non dimenticare

La zona d’interesse

Di Francesco Torchio

Una famiglia vive le proprie giornate con apparente spensieratezza, tra lavoro, faccende domestiche e qualche avventura fuori porta. Peccato che il padre della famiglia sia Rudolf Höss, comandante del campo di Auschwitz, e che la loro casa si trovi a pochi passi dall’ingresso del campo stesso.

Il film richiama il concetto di banalità del male, introdotto dalla scrittrice e filosofa Hannah Arendt quando, nel 1961, fu chiamata a partecipare al processo contro Adolf Eichmann. Eichmann era un funzionario nazista che, secondo la Arendt, non poteva essere definito perverso o particolarmente violento: si trattava piuttosto di un uomo ordinario, quasi noioso, che aveva semplicemente svolto il compito assegnatogli senza preoccuparsi delle conseguenze.

La difficile domanda a cui questo concetto cerca di rispondere è quindi la seguente: l’indifferenza può essere considerata una forma di malvagità?

Per il regista Jonathan Glazer la risposta è un secco sì.

Gli altri componenti della famiglia, infatti, ad eccezione del padre, non partecipano in alcun modo attivamente a ciò che accade all’interno del campo, ma ne sono pienamente consapevoli. Glazer porta un’innovazione radicale rispetto a qualsiasi altro film sul tema, scegliendo di non mostrare mai direttamente ciò che avviene dentro Auschwitz.

L’intero lungometraggio racconta semplicemente come questa famiglia trascorra le proprie giornate: dalla manutenzione del giardino alla preparazione di pranzi e cene. Lo spettatore, però, sa perfettamente cosa accade oltre quel giardino, e questo senso di angoscia lo accompagna per tutta la durata del film.

La regia è volutamente semplice: la macchina da presa si muove pochissimo, tutto appare fermo, statico. C’è un forte utilizzo di piani sequenza senza movimenti di macchina, che si limitano a osservare la quotidianità della famiglia mentre, a pochi passi di distanza, si consuma uno dei più grandi orrori della storia.

Sporadicamente le inquadrature si allargano in campi lunghi, nei quali, sullo sfondo e in lontananza, è possibile scorgere il fumo che esce dalle camere a gas.

Il finale è semplicemente geniale e, senza scendere troppo nei dettagli, rappresenta l’ultimo e definitivo pugno allo stomaco per lo spettatore.

L’indifferenza verso qualcosa solo perché non rientra nella nostra “zona d’interesse” può essere malvagia tanto quanto la partecipazione attiva a determinate azioni. Una tematica purtroppo ancora molto presente anche nella società odierna.